Una voce nella notte
Il Club,fantasia a tre voci
Diana nell'harem del sultano
Lettera
Diana al castello di Gérard
Notte. Una donna sta sdraiata sul letto, vestita solo delle calze autoreggenti nere, le scarpe col tacco alto ai piedi.Apre un po’ le gambe, guardandosi mentre lo fa, e un fremito le percorre il corpo. Non è un fremito di eccitazione…non l’eccitazione del sesso,non ancora…ma l’eccitazione della mente, fatta di tensione, di desiderio, di resa e di ribellione.La donna tiene accanto a sé il telefonino, aspettando.Una donna. Nieva.
“Non ho bisogno di tempo
Non è il suo nome, questo, non il nome con cui la chiamano il suo uomo, i suoi familiari, i suoi amici. Non è mai stato scritto su una lettera, su un foglio, nessuno lo ha mai gridato scorgendola da lontano, accompagnando il richiamo con un saluto o un sorriso. Nieva è il suo nome di buio e di solitudine. O forse era così prima. Ora è il suo nome di appartenenza a qualcuno, il suo nome di schiava. Nella notte, Nieva aspetta, e pensa. Pensa a un anno su Internet, a un’avventura strana a cui si era avvicinata per curiosità, chiedendo gioco ed emozioni, ricevendo in cambio il Gioco e l’Emozione. Ricorda, Nieva, una notte d’inverno. Non erano i profumi del gelsomino e della zagara a bussare alla finestra, ma un vento insinuante e rabbioso, gonfio di tutti i misteri del mare.
Davanti allo schermo del computer, nella chat Bdsm, si rincorrevano le parole con cui Nieva tentava di dare uno spazio al suo mondo segreto, alle fantasie che da sempre accendevano le sue emozioni. Qui poteva sentirsi capita, accettata, poteva confrontarsi con altri, esprimere le sue pulsioni senza sentirsi strana o anormale, senza sentirsi giudicare. Qui c’era un mondo nuovo, una realtà parallela con nuovi amici, nuove regole.
Qui, i suoi amici si chiamavano Regina, Padrone, Sadomaster, Torquemada, Ancella, Kajira. Nella chat pubblica si parlava delle proprie fantasie, ci si scherzava a volte, come per addomesticarle e renderle più serene, meno conflittuali. Notte dopo notte, Nieva si rendeva conto di non poter più fare a meno di quei discorsi, di quegli scherzi, di quei nick.
Era come se lo dovesse all’altra se stessa, a quella donna sconosciuta che ogni tanto sorprendeva nello specchio a guardarla con occhi dolci e persi. Era lei, Nieva, che durante il giorno non aveva nessuno a cui svelarsi. Quello era il suo territorio, il suo regno. A volte, come una bambina maliziosa, Nieva si divertiva a cambiare nick e ad accettare le chat “in privato”. Lo faceva solo per gioco, perché nessuno era mai riuscito a coinvolgerla.
”Sei una sub?” “Sì”. “Come sei vestita?” Nieva aveva imparato che bisognava sempre dire di indossare delle mini, o gonne con spacco, o gonne ampie che consentivano di sedere direttamente poggiando le natiche sulla sedia. Le calze dovevano essere autoreggenti o meglio ancora quelle da reggicalze, e gli slip dovevavo essere perizoma o tanga. Molte regole erano mutuate dal libro Histoire d’O. La posizione corretta da assumere per chattare con un Master era a gambe un po’ divaricate e spesso veniva richiesto di togliere gli slip per dimostrare una completa disponibilità fisica. Le gambe non dovevano mai essere tenute accavallate. “Togli le mutandine. Apri le gambe. Masturbati” “Infila un dito dentro.Che sapore ha?”
Questo non era facile, ma poi Nieva aveva scoperto che una risposta che andava molto era “di mare e di cannella” e si era attenuta a questa, ricevendo in risposta faccine sorridenti.. All’inizio, Nieva si eccitava nel leggere queste parole, ma a poco a poco la ripetitività e il fatto che in fondo le persone coinvolte nelle “scene” erano dei semplici nick e i giochi potevano essere proposti a lei come ad altre sub, senza variazioni e senza tener conto della diversità psicologica di ognuno, avevano finito con lo stancarla.
Una sola persona, colta e piacevole nei modi, era riuscita a sedurla per un po’ di tempo. La chiamava “la mia cagna” , era molto coinvolgente e aveva centrato molte delle sue fantasie. Al momento delle buonanotte le diceva sempre: “Leccami le mani, mia cagna”. Nieva fu molto delusa quando una notte, entrando in chat come “Fiordaliso”, si era sentita dire le stesse cose che aveva letto come “Nieva” e rivolgere le stesse precise parole di buonanotte. Questo l’aveva resa diffidente. Ora Nieva non eseguiva nessuna delle cose che le venivano richieste, si limitava a fare delle descrizioni. dettagliate ed esplicite, e poi, quando “sentiva” che il suo Master di una notte era davvero eccitato, spariva chiudendo la chat e se ne andava a letto, un po’ divertita e un po’ delusa.
Viktor l’aveva chiamata in privato una notte di gennaio, dopo averla osservata un po’ nella chat pubblica. Non le aveva detto le solite cose, ma era stato diretto, aggressivo, quasi brutale. Le aveva messo davanti tutte le sue voglie, le sue ossessioni, facendola sentire nuda, scoperta, esposta. ”Perché mi tratti così?” “Perché mi eccita.E perché a te piace”.
Sullo schermo, le lettere formavano ora parole nuove, inattese, miscelando armonie di sogni indecenti, di dolore e piacere, di crudeltà e tenerezza, come nella partitura di una musica strana. Nieva si rivede in quella notte, i sensi in tumulto, la mente smarrita, si rivede scrivere in fretta parole e parole, indignata, disorientata, ribelle e già prigioniera.
Chi non conosce Internet non può forse comprendere il senso di trance che comunica il ronzio lieve del computer, la fluorescenza dello schermo…E’ come stare alla guida di un’astronave che conduce in una realtà parallela dove tutto è possibile, dove i contrari si compongono e sei sola e insieme ad altri, e puoi realizzare le tue voglie senza colpa, e puoi esserci senza essere presente col corpo, come un qualcosa di astrale, di potente, che trascende la materia e le regole della vita comune.
E il tempo e lo spazio si ampliano, si aprono come fiori notturni, e non c’è distanza, e non c’è assenza, e verità e sogno, possibile e impossibile mescolano il loro profumo. E’ così che è iniziato il suo Gioco con Viktor. E ora Nieva non scherza più. Scrive, parla, confessa. E come sono vere queste parole, e reali. Viktor e lei parlano a lungo, di tutto.
Viktor le chiede quali sono le sue fantasie più perverse, per poi chiamarla puttana, troia. ”Così, ti piacerebbe essere scopata da più uomini, troia… Te lo farò fare, e poi ti frusterò a sangue per punirti…Sei una puttana…il tuo posto è in strada a prendere cazzi...”
Ma Viktor la fa parlare anche di quando era bambina, delle sue paure, dei suoi sogni, delle sue conflittualità.Viktor le dice: sei come un fiume che non trova pace se non arriva al mare…devi trovare il tuo mare, Nieva…
Viktor le chiede di fargli ascoltare il rumore del mare dal cellulare, Viktor la chiama “mia rosa della notte”. Tornano alla mente di Nieva spezzoni di frasi, le prime frasi che l’hanno turbata, mentre aspetta che Viktor chiami.
“Io non credo, sai, di essere una vera sub” “Sì, lo sei. Sei una splendida sub”. Glielo ha detto nella loro prima chat, glielo ha ripetuto la prima volta al telefono, col compiacimento di chi sta parlando di un cavallo di razza. E Nieva lo ha “visto” con gli occhi della mente e del cuore, mentre le passa una mano sulla schiena nuda, premendo col palmo, come si fa con una puledra, per saggiarne le reazioni prima di imbrigliarla e metterle il morso. Lui conosce il suo segreto e sa trasformarlo in qualcosa di radioso. E così, Nieva e Viktor ora sono schiava e padrone.
Yin e Yang, Luna e Sole. Complementari, necessarii.
“Tutto avverrà senza fretta.Tutto è già nel tuo ventre, profondamente, in te. Tutto avverrà gradualmente, finchè non potrai farne a meno, perché niente altro sazierà la tua fame segreta. Ed è allora che ci incontreremo. E queste cose che ti chiedo le dirai, le farai guardandomi negli occhi.”
La vibrazione del telefono scuote Nieva. Porta all’orecchio il cellulare. E’ lui. La sua voce calda, ferma, imperiosa. Nell’ascoltarlo Nieva, che pur essendo una donna matura conserva a volte timidezze e ritrosie da adolescente, sa che non si tirerà indietro e che lui , di questo, non ha mai dubitato. Lui capisce che è pronta, timorosa, turbata ma pronta alla vergogna e al piacere. Pronta all’ubbidienza. Ecco, ora le chiede cosa indossa, le chiede di descrivere la sua posizione e poi la guida, guida la sua mano, le sue dita, nelle parti più segrete, là dove urgono le pulsioni più prorompenti e ingovernabili. La guida, ed ecco che le dita di lei non sono più sue, sono le dita di una persona lontana e vicina, intima e sconosciuta.
E’ lui che reclama il suo corpo e si serve della mani di lei per stimolarlo, renderlo docile, piegarlo al piacere, quel piacere che altre volte le ha negato. Quel piacere che lei vuole, dimentica della sua dignità, della sua riservatezza.
La stanza circondata dalla notte sprofonda in una dimensione senza spazio e senza tempo, abitata solo da una fantasia che crea la realtà, abitata da una voce calda e imperiosa, dai suoi gemiti di piacere, dalla sua voce roca quando ripete ciò che lui le ordina di dire. “Cosa sei? Dillo! Dillo!” “Sono una troia, una puttana…” Le gambe allargate al massimo, il telefono struscia tra i suoi capelli come una carezza, le dita sentono gli umori che si spandono tra le labbra, il piacere arriva a scatenarla e a placarla, i gemiti si fanno più forti e incontrollati e poi è solo un ansimare, e un sospirare forte, ecco, così,…puttana, troia, schiava, libera.
E poi la realtà ritorna. La stanza attorno a lei riprende i suoi contorni. Ritorna la parte razionale e con essa la vergogna, l’umiliazione. E’ questo, allora? E’ questo? Le sensazioni si mescolano conturbanti come un aroma troppo forte, come una droga che stordisce.
Ma c’è una voce che guida attraverso questo intrico, questa confusione, una voce che ora è dolce, amorevole. “Sei stata brava. Sei nel mio cuore, Nieva”. Alle sensazioni di prima altre se ne aggiungono…e tra queste un’altra che non ha nome, perché orgoglio non può chiamarsi, come potrebbe chiamarsi orgoglio qualcosa che nasce dalla vergogna?
“Riposa, Nieva” “Grazie”
E’ tutto così strano. Ha voglia di dormire, di ricordare, di dimenticare. Il suo corpo gode ancora del piacere raggiunto, la mente si appaga e si tormenta della sua sottomissione. La voce che la guidava è andata via.
E’ sola, adesso. Ma non si sente sola. Da quando “conosce” Viktor si sente più viva, più completa di quanto non sia nella vita che si dice “normale”, dove è imprigionata nelle convenzioni sociali, negli schemi degli altri, quegli altri che, se conoscessero la sua parte segreta, giudicherebbero Nieva con disprezzo o la guarderebbero senza capire.
Viktor nel renderla schiava la rende anche libera accettandola nella sua completezza, la rende libera nel riconoscere il suo lato oscuro e nell’amarlo. Nieva pensa, con gratitudine: “Non mi sento più sola, perché lui conosce la mia luce e la mia ferita”. E poi, sorridendo, si corregge: “No…Perché lui AMA la mia luce e la mia ferita”.
Nieva non sa se davvero dentro un certo calendario, dentro un certo anno, dentro un certo mese, è nascosta la data del loro incontro. Vero. Reale. Che riunirà la schiava e il padrone.
Non sa ancora se quel giorno esiste.
Non sa se l'amplesso del sogno con la realtà genera Eros o il Minotauro, incantesimi o mostri. Non sa se la luna e il sole possono incontrarsi senza scardinare la luce.
Ma sa che Viktor domina il suo immaginario conducendola passo dopo passo verso la conoscenza delle sue zone oscure e dei suoi desideri repressi, sa che lui percorre i gradi della trasformazione che la rivelerà comunque a se stessa.
Sa che in ogni modo, in una qualche dimensione, nello spazio finito di una stanza o in quello infinito del desiderio, lei gli appartiene.
”Appartengo a Viktor…uno sconosciuto”, pensa Nieva . E abbandonandosi voluttuosamente tra le lenzuola fresche, prima di cedere al sonno, ripete tra sé le parole della poesia di Pedro Salinas che Viktor le ha inviato:
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti cerca nella vita
che stai vivendo, non sa di te
che allusioni, pretesti in cui ti nascondi.
Io ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ed ora sei così anticamente mia
che procedo senza errare, alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce così lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere e forme,
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile”.
Vjola
racconto pubblicato nell'antologia dei vincitori del Premio "Il castello"(con il nick "Darklady"),"Il Dominio del cuore"ed. Pizzonero-Borelli
Il Club, fantasia a 3 voci
ROCCO
Rocco fa il giro delle stanze. Le ama, come un poeta ama le sue poesie, come un pittore ama i suoi quadri. Rocco che non cerca una donna. Rocco che ha tentato il suicidio. Rocco che ha studiato architettura. Le stanze del club. Le ama maggiormente, quando sono vuote. Sono più sue. La gente che viene nel club non gli interessa. Non gli interessano i loro desideri e i loro piaceri, anche se tutto quello che ha creato i fatto per i loro desideri e i loro piaceri. A lui non interessa la gente, gli interessano gli oggetti, le scenografie, le stoffe, le luci. Ecco la stanza della tortura. Con gli anelli nel muro, e gli anelli sospesi al soffitto, e le catene e le corde.
La croce di S. Andrea, proprio in centro. E' la prima cosa che vedi. E i cavalletti. Si avvicina al ripiano di legno scuro, mette in ordine gli attrezzi, le manette, le fruste. Il cane, il paddle, il gatto a nove code. Da un lato, una lastra di metallo scuro, che fa da specchio. Delle assi grezze sono il letto, niente materasso, ma la spalliera coi pomi in ferro, da cui pendono le catene. Qui tra poco un Padrone crudele e avido di gemiti di dolore legher` la sua schiava. A Rocco non importa. Lui carezza la seta nera sulle assi di legno. Seta e raso, questo gli mette i brividi, lo fa fremere. Gli abiti negli armadi, da usare per le "scene". Le carezze delle stoffe. La carezza lasciva del raso, la carezza inquietante del velluto, la carezza perversa del latex, la carezza falsamente ingenua del naylon. La forma affusolata dei tacchi a spillo, la loro aggressivita ` sottile. Piu' in la` c'e' la stanza dell "harem", arredata all ' orientale, stoffe di damasco ed oro, velo impalpabile.. Qui Rocco ha creato l' ambientazione per scene di eccitazione sessuale raffinata e perversa...I frustini, e i vibratori, le pinze per i capezzoli, i membri artificiali, il dilatatore anale… E poi c 'e la prigione medievale. E poi, il bordello. E poi la stanza rossa, tutta ricoperta in pesante velluto, rosso dappertutto, la moquette, il letto, le pareti. La stanza rossa, dove.....
…………………….. Rocco sceglie anche le musiche. Le ascolta, quando e' solo. Manowar, Depeche Mode. Ma anche ritmi etnici, musica medievale. Clannad. Waterboys. Genesis. Quando arrivano i soci del club, scaglionati disciplinatamente in turni stabiliti, Rocco sparisce. Potrebbe guardare dai finti specchi che ci sono in ogni stanza, ma non lo fa mai. Non gli interessano i corpi nudi, i membri eretti degli uomini eccitati, i seni protesi, offerti delle donne, le loro fiche ben depilate o fittamente ricoperte di peli. Per lui sono tutte uguali. Intercambiabili. Superflue. Solo gli oggetti. Solo quelli carezza, solo quelli ama. E quando si masturba, pensa al corpo gelido e innocente del manichino nella stanza Liberty, ai lunghi guanti di raso nero sulle sue braccia.Ai suoi capelli biondi. Ai suoi seni rotondi e indifferenti. Al suo corpo chiuso, vergine, inviolabile. Il manichino si chiama Angel. Rocco ne e' un po' innamorato. Le compra vestiti, la spoglia, la riveste, la accarezza .Il suo ultimo regalo per lei e ' ancora nel sacchetto del negozio di lingerie particolare. Un corpino nero con le stringhe, da lasciarle un po’ slacciate sul seno. Rocco che non cerca una donna. Rocco che ha tentato il suicidio. Rocco che ha studiato architettura.Rocco che non si droga più.Rocco che scrive poesie d’amore.
DIANA
Diana arriva col suo passo elastico, elegante,veloce. Indossa un tailleur di lino bianco- panna corto al ginocchio, che fa risaltare l’abbronzatura leggera, appena un poco dorata .Ha parcheggiato l’auto nel posteggio riservato. Incrocia un uomo in completo grigio, che tiene al guinzaglio un bellissimo cane lupo. Il cane si ferma e l’uomo da` uno strattone al guinzaglio, per trascinarlo via. Diana sente la forza di quello strattone come se si esercitasse sul suo collo. Si passa la mano sinistra sulla nuca.Affascinata, guarda il collare nero, il guinzaglio del cane che si allontana. Daimon…Daimon le ha ordinato di comprarne uno,di comprare un collare, per lei,in un negozio di animali…"Deve essere nero, semplice, senza borchie.E se ti chiedono la taglia del cane, dirai che e' per te. "E’ assurdo, naturalmente. Diana lo sa. A volte si sente una pazza per il solo fatto di starlo a sentire, e per il solo fatto di sentirsi eccitata mentre legge le sue frasi. A volte, la cosa le sembra solo divertente. A volte, ha un po’ paura, non sa perche '. Si vede con un collare nero, completamente nuda, camminare a quattro zampe davanti a un uomo che la incita sorridendo. L’uomo ha i contorni del viso imprecisati, è un uomo e insieme tanti uomini, e' Daimon e,,,… Come nei sogni. Ha in mano un frustino….Diana sente una contrazione tra le cosce, una vampata di calore si espande nel suo corpo. E ' sempre cosl, quando immagina di essere una schiava, una cagna. Come nei suoi sogni segreti. Come nelle fantasie che, al sicuro dietro un nick, scambia sulla tastiera del pc, nel buio di notti che non hanno confine. L’uomo che le ha detto che le mettera ` il collare e il guinzaglio, e la costringera ` a camminare nuda per lui, a leccargli gli stivali, a farsi toccare, a farlo godere con la bocca, in ginocchio, senza toccarlo, e ' anche lui nascosto da un nick. Si chiama Daimon. Ogni notte, Diana dice a se stessa che non entrera ` nella Rete. E ogni notte, quando invece si collega e si trova davanti allo schermo, dice a se stessa che non gli rispondera `.
La turba troppo, quell’uomo.L’ha capita troppo profondamente,fin dalle prime frasi, dai primi cauti contatti. Sa esattamente cosa dirle,e quali risultati otterranno le sue parole.Conosce la sua duplice natura, la sua luce e la sua tenebra.
La notte passata le ha detto che tutto questo non gli basta più.Ora lui vuole conoscerla fisicamente.Dominare il suo cervello non è più sufficiente.Ha voglia di frustarla,di lasciarle i segni. “Ti legherò sul pavimento,nuda.Ti lascerò lì tutta la notte.Ti benderò,e ti frugherò nelle parti più intime, e non saprai dove e quando le esplorazioni avverranno.Ti strizzerò i capezzoli finchè urlerai.Ti allargherò le natiche e ti sodomizzerò col manico del mio frustino…” C’è uno sguardo perso negli occhi di Diana,quando arriva alla porta dell’ascensore che sta per chiudersi.L’uomo vicino a lei blocca la porta, sorridendo.”Prego”.Entrano.Stesso piano.
PAOLO
“Prego”,ha detto sorridendo ,e trattenendo la porta dell’ascensore come un perfetto gentleman.Ora osserva il corpo minuto ma morbido di Diana nell’impeccabile tailleur color panna.L’ha vista altre volte qui,lavorano nella stessa ditta ma in uffici diversi.E’ come se un messaggio inquietante ed ambiguo emanasse da lei,un segnale forte.Sarà forse la piega delle labbra,appena all’ingiù, che le dà un’aria sofferta,come quella di una bambina punita ingiustamente,sarà lo sguardo perso come chi è tormentato da un pensiero,o da un desiderio,o da un’ossessione.O la curva delle sue gambe,del seno appena accennato come quello di un’adolescente:Guardandola,Paolo pensa alla sconosciuta…E’ quasi sicuro che si tratti della stessa persona.Nella foto che gli ha mandato ,è stata ben attenta a mettere in ombra il volto.Ma con un programma di elaborazione fotografica,passando sui toni chiari,i lineamenti diventano abbastanza visibili,e i lineamenti potrebbero benissimo essere i suoi.Non può averne la certezza,ma qualcosa gli dice che è lei,Diana. Paolo,che le ha aperto con gentilezza la porta dell’ascensore,ha voglia di strizzarle i capezzoli sotto la stoffa chiara.Sente che quegli occhi lo spingono ai più torbidi pensieri e agli atti più indecenti col loro sguardo dolce e limpido.C'è altra gente nell'ascensore,ma lui non "sente"che lei.Ha voglia di bloccarla contro la parete e infilarle una mano sotto le mutandine,di dirle tutta la sua voglia di possederla,di farle del male,di carezzarla,di usarla...
DIANA E PAOLO,DALIA E DAIMON
DIANA
Dominazione mentale.Daimon le dà degli ordini, e lei deve eseguirli.E’ assurdo tutto questo, e Diana lo sa…ma non serve.Non serve, perché Diana è anche “Dalia”,la slave di Daimon.
E’ questa la parte di lei che egli reclama, che vuole come sua. All’inizio Diana credeva che non avrebbe eseguito gli ordini, ma solo fatto finta….Lo credeva.Ma è Dalia che,oltre a Daimon, insieme a Daimon, la costringe a farlo.
In ginocchio davanti allo specchio, le mutandine abbassate.
“In ginocchio…è quello il tuo posto.Abbassa le mutandine.Così.E ricorda che ti vedo.Io sono là…dietro lo specchio.Voglio che dici ad alta voce:Sono la schiava di Daimon.Devi ripeterlo per 10 volte”
Dieci volte…Sì…figuriamoci.Sono una donna emancipata,ecco cosa dovrei ripetere 10,100 volte.Ho un ruolo da dirigente e ho già compiuto 40 anni.Non sono una ragazzina.Non sono un’anormale.Non sono….
Non sono.
NON SONO.Non sono, senza quella dimensione di me che Daimon ha saputo raggiungere.Solo così io sono intera.Solo così posso accettarmi davvero, interamente.Perché Daimon ha ragione.Quella che gli altri amano non è Diana.Non è la vera Diana.Se manca Dalia, Diana non è una donna completa.
E allora sì.Io sono la schiava di Daimon.
Io sono la schiava di Daimon.
Io sono la schiava di Daimon.
………….
PAOLO
La mia schiava.La mia cagna.Io voglio vederla.Toccarla.Le darò la pass del club di Rocco.E’ là che voglio vederla…Nella stanza rossa.Ho riguardato le foto.Sì,è lei…è lei.Deve essere lei.La sua schiena ha voglia di frustate e di carezze.Sceglierò un frustino sottile per la prima volta, per i primi segni sulla sua pelle chiara.Urlerà.E io non mi fermerò, perché è questo che voglio, perché è questo che vuole.Voglio vederla in ginocchio, leccare i miei stivali, baciare le mani che l’hanno frustata.Voglio pinzarle i seni con delle mollette,e prenderla da dietro, mentre geme di dolore e di piacere.Voglio possederla mentalmente e fisicamente.Non voglio più aspettare.Questo è il momento.Le darò la pass per il club di Rocco.
Le ordinerò di venire.E lei verrà.Verrà.
PAOLO,ROCCO,DIANA
“Ho paura”.”Allora non ci sentiremo più”
Questo è il momento, ha detto Daimon.Non vuole più aspettare.Realtà e fantasia,come due fiumi il cui corso a lungo si è snodato senza contatto,nell’estraneità, devono ora confluire insieme, intrecciare le loro acque nel grande mare del desiderio.La cerebrale emozione della mente e la carnale voglia del corpo devono completarsi e riconoscersi.Insieme.
Diana ha paura.Tanta paura.
ROCCO, DIANA, PAOLO.
Rocco aspetta.Lui è il creatore di un mondo sommerso,un mondo dove i sogni più torbidi possono entrare e uscire.Creatore di un Eden che accoglie tutti,buio paradiso senza frutti proibiti.
Rocco aspetta.
Le stanze aspettano.
Paolo aspetta.
E Diana ha la chiave.E’ lei che ha il potere,ora…
Tutto il potere.
Lei,la schiava.
racconto pubblicato nell'antologia "Improvvisamente ho voglia di fragola"(col nick "Diana"),ed.Pizzonero-Borelli,
DIANA NELL’HAREM DEL SULTANO
Diana si rigirò nel letto.Nel dormiveglia,ricordò che la vacanza in Tunisia era terminata e il giorno dopo sarebbe tornata in Italia dove l’aspettava la solita vita,un duro lavoro nel suo studio di avvocato e una storia sentimentale a fianco di un uomo che le dava tutto tranne che un’emozione. Aprì gli occhi. Nella semioscurità,la stanza non sembrava proprio quella del suo albergo,ma quella di una squallida locanda.E c’erano altri letti..altre persone..Non era ancora sveglia,ecco la spiegazione.Stava sognando,continuava a sognare quello strano sogno..il suk,il venditore di tappeti,il ragazzino cencioso che la invitava a seguirla nel vicolo…E ad un tratto,la realtà colpì Diana con la violenza di un pugno nello stomaco.No,non era un sogno.Ora ricordava.Qualcuno l’aveva aggredita nel vicolo,a due passi dai turisti che giravano nel suk.Un uomo le aveva premuto qualcosa sulla bocca,e l’aveva trascinata in un portoncino..Un odore intenso,poi più niente..e poi…
Nel letto accanto a lei,una figura femminile si mosse:una ragazza giovanissima,quasi una bimba,si alzò e le si mise davanti,sorridendo.”Tu bionda”,disse,facendo cenno ai capelli di Diana,”Tu valere molto,signora”,disse in uno strano francese.”Anche io molto valere.Io vergine”,continuò la ragazza con orgoglio.Quelle parole fecero a Diana l’effetto di una doccia fredda.Le vennero in mente storie tante volte sentite,di donne europee rapite per diventare delle schiave bianche,merce molto richiesta per gli harem dei signori locali..storie a cui Diana non aveva mai creduto,giudicandole leggende metropolitane.
Irrazionalmente,corse verso la porta,tentando di aprirla,invano.Un’altra piccola porta rivelò un gabinetto maleodorante.Diana guardò la finestra.Era semiaperta,ma troppo alta e stretta,quasi una feritoia.Le altre ragazze,cinque in tutto,la guardavano tranquille e parlavano tra loro,indifferenti alla sua agitazione.Diana si frugò nelle tasche,trasse fuori block notes e matita e scrisse febbrilmente:”Je suis Diana Altieri,citoyenne italienne.On m’a fait prisonniére.Aidez-moi”
Tentò di trascinare il letto sotto la finestra.Un’altra delle ragazze si avvicinò.”Calmati”,disse.”Non puoi farci niente.Saremo vendute.”Questa era più anziana della altre,doveva avere circa la sua età.”Io è la terza volta che sono venduta”,continuò.”Ora verranno a controllarci,per fissare il nostro prezzo base,ma non solo.Loro sono tutte vergini…non le toccheranno,per non rovinare la merce.Noi,invece…”
Cercando di restare calma,Diana salì sul letto e appallottolò il foglio.Ma in quel momento la porta si aprì e apparvero due uomini.Si lanciarono su di lei,la strapparono giù dal letto e la gettarono a terra.Diana gridò”Io sono una cittadina italiana….”Non ebbe altra risposta che un calcio nelle reni.Il più giovane dei due le strappò dalle dita il foglietto e lo lesse:Fece per colpirla ancora,ma l’altro lo fermò.Diede degli ordini in arabo,e tutte le ragazze cominciarono a svestirsi.Lo ripetè in francese,rivolgendosi a Diana,che non si mosse.Allora afferrò Diana e con violenza le strappò via la camicia.Diana non usava il reggiseno d’estate,e il gesto liberò i suoi seni bianchi ansimanti per la paura.I due uomini si scambiarono un cenno d’intesa.Il corpo di Diana dalla pelle chiara,i suoi capelli biondi,il suo seno da adolescente ne facevano un articolo di pregio.La svestirono completamente e mentre uno le teneva le mani dietro la schiena,l’altro fece due passi indietro e la osservò,valutandola.Poi si avvicinò e le palpò i seni,il ventre,le cosce,le natiche.Poi Diana fu gettata sul lettoe tenuta per le braccia da uno degli uomini mentre l’altro tentava di aprirle le gambe a forza.Il terrore e la rabbia le raddoppiavano le forze e Diana si dibatteva e urlava,finchè l’uomo la schiaffeggiò duramente e trasse dalla cintola un pugnale lungo e affilato,facendoglielo balenare all’altezza del pube.”Ora basta,puttana”,ringhiò nel suo assurdo francese “Fai quello che dico o ...”.Queste parole terrorizzarono Diana che tacque e restò immobile,trattenendo il respiro.”Allarga le gambe”,ordinò l’uomo.Diana ubbidì,girando la testa per non vedere.Dall’altra parte della stanza,le altre donne ,nude,si pettivano e parlavano,come se la scena non le riguardasse.”Di più”,insistè l’uomo.”Allargale di più.Ancora”.Diana aprì le gambe al massimo.L’uomo le mise un cuscino sotto le natiche e guardò la fica e il pube depilati.Poi aprì il buchetto rudemente e infilò nella vagina due dita dell’altra mano,spingendo.Il corpo di Diana fremette,mentre le dita dell’uomo la esploravano,scavandola e frugandola.Poi l’uomo tolse le dita dalla fica e si scoprì il membro reso turgido da una potente erezione.”Ferma o ti ammazzo”,disse,e le fu sopra come un animale infoiato.Per un tempo che le sembrò interminabile,Diana subì il suo assalto,i colpi del suo sesso che la spaccavano senza riguardo e senza controllo,finchè l’uomo urlò il suo orgasmo riempiendola di sperma.Poi fu lui a tenerla per le braccia mentre il suo compagno la montava e la stuprava,mordendole i seni selvaggiamente.
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……………………………………………………………………………… Diana aveva un vago ricordo di come era stata venduta.Certamente le avevano fatto bere qualcosa che l’aveva drogata,perché si sentiva senza forze,come in un sogno.Ricordava un uomo robusto,dal naso aquilino,avvolto in un burnus grigio,che dopo averle scostato le vesti e averla palpata come una bestia al mercato durante la contrattazione,poi,concluso l’affare,le aveva assurdamente dato la mano per aiutarla a scendere dal palco,come se si fossero trovati in un salotto signorile.
Poi c’era stato un lungo viaggio ,su una jeep scura…i dorsi dei cammelli,e le dune,la cantilena del muezzim..e poi una donna bruna e rugosa le aveva dato del tè,l’aveva condotta nell’hammam,lavata e massaggiata con oli aromatici,e le aveva detto che era stata comprata per il suo sultano.Ma il nome del sultano non era stato pronunciato.Diana non sapeva in quale città si trovasse,anche se dall’uso abituale del francese,comprendeva che doveva trattarsi di un’area del Maghreb.Ed ora,lavata,profumata,rivestita di sete e adorna di anelli e bracciali,aspettava in una sala piena di tappeti,arazzi e cuscini dorati,l’arrivo del sultano.Una tenda si scostò e finalmente colui che era il suo padrone apparve.Alto e imponente,portava il caratteristico copricapo arabo,ma per il resto era vestito elegantemente all’europea e lo si sarebbe potuto scambiare per un uomo d’affari o un banchiere.Non era giovane,la sua barba nerissima era screziata di grigio e qualche ruga gli solcava il viso,aveva occhi nerissimi dallo sguardo intenso.Sorrise,rivelando denti aguzzi da lupo.
”Benvenuta,signora”.
Diana alzò il mento,risoluta”Signore,”disse“Ascoltatemi,vi prego.Voi non avete l’aspetto di un barbaro.Voi certo non sapete che io sono stata rapita e venduta contro la mia volontà..Il mio nome è Diana Altieri…la polizia internazionale mi starà cercando…” “Ma sì,certo che lo so..”,la interruppe il sultano,sempre sorridendo.”Io sono il sultano di questo Paese, sono azionista di diverse banche e società,ho studiato in Europa e parlo diverse lingue.E tu sei Diana…Altieri.Ma stanotte ,l’uno tra le braccia dell’altra,saremo solo Lailah e Nemer…la Notte e il Leone.” “Io non sono una delle vostre mansuete concubine”,esclamò Diana esasperata, “Non vi conosco e non ho nessuna voglia di essere la vostra amante.A meno che non vogliate violentarmi…come hanno già fatto gli uomini che mi hanno rapita” “Ah,”disse Nemer.La guardò in modo strano,socchiudendo gli occhi. “Tu mi piaci molto.Ma io non ho bisogno di violentare una donna per averla.Non ho fretta.No,non c’è fretta,bella Lailah..”
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Quella notte,Diana fu tra le “presentate”,cioè un gruppo di donne scelte tra quelle che più potevano essere gradite al sultano,e tra le quali veniva scelta la favorita.Il sultano la indicò all’eunuco,ma insieme a lei indicò anche una giovane donna dalla pelle olivastra,dai capelli ricci di zingara,e dalle forme piene.Entrambe furono condotte al’alcova del sultano,il quale,vestito all’orientale,appariva diverso,più enigmatico,inquietante e superbo.Egli si avvicinò a Diana,le slacciò il corpino di seta e le carezzò i seni,stimolandoli sapientemente.Diana ebbe un movimento di ripulsa.
Nemer disse qualcosa all’altra donna,che si avvicinò a Diana,le sciolse il velo dai fianchi,e cominciò a carezzarla tra le gambe.Diana sentiva la testa confondersi,gli incensi che bruciavano nella stanza spandevano un odore strano:Si sentiva debole e languida,e quando la ragazza la leccò tra le cosce non disse niente.La fecero stendere sul letto,e insieme si dedicarono al suo corpo,facendola fremere.Ma ad un tratto Nemer smise di toccarla,e abbracciò la ragazza dal viso di zingara.La stese sui cuscini e la possedette con calma e voluttà.Durante la note,la prese ancora e ancora,mentre Diana,con il corpo ardente e i nervi spezzati,ascoltava i loro gemiti di piacere.
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I mesi passavano.Diana era sempre tra le “presentate”ma con suo stupore,il sultano non l’aveva più scelta.La stagione era sempre più calda,il suo corpo illanguidiva sotto il fiato rovente del sole del Maghreb che sapeva di spezie e di sabbia.I suoi fianchi diventavano più morbidi e rotondi e Diana era certa che nessuno dei suoi jeans le sarebbe andato più bene.A parte le passeggiate in città da cui Diana era esclusa,la vita nell’harem era tutta concentrata su un solo evento,il rito della “presentazione”al sultano,tutto ruotava attorno a quello,:il bagno.la toeletta,la scelta dei cosmetici,dei gioielli,veli,sete,profumi.Diana era stata una donna attiva,moderna,non ossessionata dal sesso,e anzi piuttosto casta nell’intimità:Ma qui,la mancanza di distrazioni,il clima di sensualità diffuso nell’harem,i racconti ,i commenti delle donne che già cominciava a capire avendo imparato parecchie parole di arabo,le mettevano addosso voglie che mai avrebbe confessato neanche a se stessa.Si ritrovò ad adornarsi anche lei con più cura,non più perché obbligata a farlo,ma nella speranza di essere scelta,cosa che non avveniva mai,sfibrandola di giorno in giorno nell’attesa.
Una mattina,nel rovente luglio,nell’atrio del palazzo si udì un rumore di zoccoli e una giumenta sbucò dal recinto galoppando,e poi si fermò di botto,frastornata..Lo stallone bianco apparve dietro a lei con l’enorme pene scuro che gli ciondolava sotto la pancia.Saltò in groppa alla giumenta e l’abbrancò,le morse il collo e la giumenta nitrì a lungo.Diana si alzò di scatto e si ritrasse in un angolo appartato dove si masturbò furiosamente.
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Quella notte,quando Nemer passando davanti alle donne fece per oltrepassarla, Diana sussurrò a mezza voce “Signore”…L’eunuco fece per tirarla via per un braccio.sorpreso e sgomento da tanta audacia,ma Nemer gli fece cenno di lasciarla stare .La guardò , a lungo.”Lailah”,disse.Poi le porse la mano.
Tra i cuscini dorati e l’odore degli incensi;Diana sentì il tocco esperto di Nemer indugiare sui suoi capezzoli,tra le sue cosce.”No”,disse con voce spezzata “No..ora,ora…subito..”Si sentiva pronta all’amplesso come se fosse stata preparata da ore e ore di preliminari.Afferrò i fianchi di Nemer e lo strinse a sé.E l’abbraccio di Nemer non fu quello dell’amante raffinato ed esperto ,ma quello dello stallone infoiato.La aprì con violenza,imponendole il turgore del suo cazzo,spingendo profondamente fino a farla urlare di piacere e dolore.E Diana si ritrovò a rispondere perdutamente a quella violenza,con il corpo inarcato e la fica che pulsava di voglia.Ma Nemer si trattenne,le uscì da dentro,la fece girare e le morse le natiche bianche e morbide.Poi le afferrò i seni e la prese da dietro,con un impeto furioso e bestiale.Diana morse il cuscino,mugolò e alzò i fianchi per offrirsi meglio.
…………………. All’alba,dopo averla goduta in tutti i modi possibili,dopo averle imposto ogni suo desiderio,Nemer la carezzò dolcemente chiamandola in arabo con i nomi dell’amore.
"Mia luna,turchese,splendore….Qamar,firuzeh,aziza….”
Un sole di smalto carminio s’innalzava nel cielo terso,chiudendo la prima notte d’amore tra Lailah e Nemer-la Notte e il Leone.racconto pubblicato sulla rivista di scrittura al femminile "RosaScuro",ott.2000-diritti riservati all'Autrice
LETTERA
Caro Marco, non più mio Signore, mio Padrone. Non so se e quando leggerai questa lettera. Stanotte è una notte diversa.Volevo parlare a te, ma non con te, e così sono venuta qui, e l'ho scritta. Non è facile accettare che è finita. Nei cassetti le mascherine, le bende di pelle, di raso. L'intimo provocante che ho comprato, per te, e quello che tu hai comprato, per me. Le magliette trasparenti comprate pensandoti. Oggi ho aperto l'armadio, facendo scorrere le grucce coi vestiti. I vestiti che non rivedrai. Quello di "Alina", il mio preferito. Quello d'argento. Quello rosso scollato col bottone di strass, quello in latex, quello bianco a fiori rossi, che non riuscivo più a trovare, slave disordinata, un gioco per usare le fruste. Non riesco a immaginare che non tornerò a indossarli, con la fretta e l'emozione di quando ti aspettavo, da solo o...con altri. Ma dietro i giochi maliziosi c'era molto di più. Tu dicevi che era qualcosa di potente, che non avevi mai provato, nemmeno con lei, la tua prima schiava. Era questo che volevo salvare quando ti dissi che volevo chiudere la storia perchè continuasse a risplendere come un gioiello prezioso, al sicuro nella nostra memoria e nel nostro immaginario. L'ho detto tante volte, e non l'ho fatto. Hai sempre saputo convincermi con la tua passione e col tuo entusiasmo, convincermi che era importante non perdere questo spazio di sogno e di abisso, di sperdimento e di gioco, e sorridevi, e mi dicevi di quanto questo illuminava la tua vita, e dicevi che potevo fidarmi, lasciarmi guidare da te nel mare aperto, io che temevo il viaggio. E anche poco più di un mese fa, quando ti dissi che forse era arrivato il momento del "colore del grano", tu mi dicevi di no, ma sei matta?, dicevi, abbiamo tante cose ancora da provare insieme, la mia vita diventerebbe più buia senza di te, noi siamo complementari, ci capiamo con la mente senza parlare ( quante volte sul monitor chattando apparivano le nostre frasi uguali, perchè entrambi avevamo pensato la stessa cosa.), e ci capiamo col corpo, nei desideri,nelle fantasie, nel piacere. E ci vogliamo bene. E qualche volta , oscuramente ci amiamo.
Ho ancora i tuoi messaggi:"ma non l'hai capito che ti amo?"
"Ti amo, ti desidero ogni giorno di più."
"Qualcosa di potente, mai provato prima."
Le nostre abitudini. La notte,23,30,arrivavo sempre dopo:"Ciao, creatura della notte". Quante cose della nostra vita cambiate in questi anni, quante cose successe, quante cose condivise, e quante estraneità, e incomprensioni, e turbamenti, bugie.
E' difficile accettare che è finita.Il tuo anello. La tovaglia che ha asciugato il tuo sudore.Il tuo sguardo quando ti aprivo la porta, lo sguardo col riso negli occhi che era già un abbraccio. Nel corpo e nella mente ancora il bisogno di te.
L'ultimo incontro, come l'ultimo bacio, tenero e crudele.
L'ultimo incontro , bellissimo.Con la guepiere di vinile, e la benda. Non hai permesso che me la togliessi. Mi hai tolto via il vestito d'un tratto...non lo facevi quasi mai. Mi hai gettato sul letto semisdraiata, supina, i piedi appoggiati sul pavimento, le gambe aperte. Ai piedi le scarpe coi tacchi altissimi e i lacci. Mi hai frustata, e carezzata con la frusta. Mi hai presa così, tenendomi stretti i polsi e trattandomi da puttana, mentre cercavo di svincolarmi e tu mi tenevi con forza e spingevi il cazzo dentro ancora e ancora, e io pensavo che non mi avresti lasciato andare....
E' stato bellissimo l'ultimo incontro.
Mi ricordava l'inizio della storia, te l'ho scritto. Ma tu forse eri già lontano. E' giusto così. La fine e l'inizio si sono confusi nel loro abbraccio.
Hai ragione, l'amore è l'unico spiraglio ed è questo che dobbiamo cercare.
Non mi porrò domande. Non voglio sapere se ricorderò il Master autorevole e tenero, o l'uomo in crisi e confuso, o il ragazzo egoista. Nè se sono stata importante davvero, nè se sono stata un'immagine delle tue fantasie prestata alla realtà per rivivere un'altra storia.
Un giorno mi hai inviato un messaggio. "A volte mi porti in paradiso, a volte mi fai male, molto più di quanto te ne ho fatto io con la frusta".
Quella volta che mi lasciasti i segni, e li guardavo, allo specchio,incredula, io avevo permesso questo, rossi e gonfi, umiliata, orgogliosa e impaurita.
Ora potrei dire io a te queste parole, a te che avresti dovuto proteggermi. Non hai salvato il sogno. Ma io lo salverò per entrambi. Non ho avuto l'audacia di salvarlo prima nella Nostalgia, lo salverò ora nell'Assenza.
E ora è il momento di chiudere. E come quando dovevamo lasciarci nella chat, ciao, ciao, e restavamo lì, come allora non vorrei chiudere mai questa lettera, quest'ultimo contatto con te. Mio Signore, mio Padrone. Le parole con cui ti salutavo. A volte non volevo scriverle ed eri tu a sollecitarmi a farlo, a chiederlo scherzosamente, teneramente, o ad ordinarlo.
A volte mi rimproveravi, dicevi che mi comportavo come se non ci tenessi al Gioco.
Sì, ti ho negato delle cose, non ti ho dato la totale sottomissione che volevi, sono stata un po' schiava e un po' zingara.
Non volevo sentirmi in trappola, fingevo indifferenza e controllo per paura di essere coinvolta.
Ma alla fine forse, quella che ci aveva creduto davvero, ero io.DIANA AL CASTELLO DI GERARD
il mio primo racconto bdsm...dedicato a Master D.La pesante porta di legno di quercia si aprì e il conte Gérard de Brienne entrò nella stanza dove Diana era tenuta prigioniera.
"Mi hanno detto che da qualche giorno rifiuti il cibo,"disse "Forse le nostre pietanze non sono abbastanza raffinate per te, ma..." Il suo sguardo cadde sul pavimento e il conte si interruppe di colpo.
Diana in un impeto di rabbia aveva gettato a terra il vassoio e sparso dovunque il cibo e i cocci del vasellame in terraglia.
Gérard spostò lo sguardo dal pavimento a Diana, bionda, altera e silenziosa. Poi disse con voce gelida:
"Raccogli tutto".
Diana non si mosse.
"Raccogli tutto," ripetè Gérard fissandola con calma sinistra.
Diana ebbe un brivido ma lo sfidò.
"Se mi conosceste,sapreste che non sono abituata a prendere ordini"
"Gli ordini, mia bella castellana, devono essere convincenti per essere eseguiti. Chinati e raccogli ogni cosa" "E se non lo facessi?"
Gérard si avvicinò con studiata lentezza. "Io sono un cavaliere molto abile..", cominciò a dire come cambiando discorso, e afferrò il braccio destro di Diana facendola girare su se stessa e torcendolo dietro la schiena. "So che i cavalli più riottosi, una volta domati, sono i migliori.."
Mentre parlava,continuava a torcere il braccio finchè Diana gemette di dolore.
"Ti faccio male?" chiese Gérard con durezza.
"Vi prego...mi spezzerete il braccio"
"Ti faccio male?" ripetè Gérard.
"Sì….sì"
"Allora urla"disse Gérard "Voglio sentirti urlare,voglio sentire il tuo dolore, la tua paura..”
Un'altra insistenza della torsione fu sufficiente a far gridare Diana.
“Basta! Basta!"
"Così va meglio,"disse Gérard lasciandole il braccio.
"E ora fa' quello che ti ho ordinato". Come ipnotizzata dalla paura e dalla sua voce tagliente, Diana ubbidì.
"Dicevo," riprese Gérard continuando tranquillo il suo discorso "che i cavalli più ribelli sono quelli che poi amano di più il padrone.. dipendono da lui.. lo riconoscono, non solo dalla voce,.. ma dalla pressione delle sue gambe contro i loro fianchi... dall'odore.."
Mentre pronunciava queste parole, il suo sguardo non si staccava da Diana,dal suo corpo snello,dai suoi occhi torbidi di paura.
"Ma prima,bisogna stringere il morso.. frustarli... torturarli con gli speroni..."
Diana aveva raccolto tutto e si era rialzata. Il suo corpo fremeva.
"E' questo che vorreste fare? frustarmi? torturarmi?" disse con voce velata.
Un sorriso increspò le labbra sensuali del conte "Se tu potessi vederti, Diana.... i tuoi occhi brillano di una strana luce... sì, la tua voglia di essere umiliata è pari alla mia di dominarti..."
"Siete pazzo," esclamò Diana girando la testa.
Il conte si avvicinò e le premette una mano sul seno.
"Lasciatemi",disse Diana." Credevo che un de Brienne fosse tanto gentiluomo da rispettare una prigioniera"
"Ma tu non sei una prigioniera... sei una schiava... Sono abbastanza esperto come Magister Ludi per leggerti in faccia ogni tua voglia nascosta. Quello che vorresti ora è essere frustata, e posseduta e frustata ancora..."
Una delle sue mani stringeva entrambi i polsi di Diana mentre l'altra le tastava il seno. Diana tentò di divincolarsi "Mi fate paura... mi fate orrore.."
"Adesso vedremo," disse Gérard " Ora ti scoprirò il seno...e so già che i tuoi capezzoli sono duri per l'eccitazione" Prese il pugnale e lo avvicinò al collo di Diana, indugiando come se la carezzasse. Poi la lama scese sulla stoffa del vestito,tagliandolo di netto , e i seni bianchi e rotondi apparvero, esposti, frementi, coi capezzoli rosa-bruno inturgiditi.
Gérard cominciò a palparli e li strinse e li strizzò fino a strapparle un gemito.
Come in un lampo della memoria Diana rivide le sue notti accanto al marito, che la carezzava piano e le diceva: "Sei così dolce e delicata, Diana... ho quasi paura di sfiorarti.."
Come se le avesse letto nel pensiero, Gérard mormorò: "Il tuo corpo non è fatto per le caste carezze di un marito, ma per quelle brutali di un padrone": Poi le strappò di colpo la cintura, legò strettamente i suoi polsi e la spinse sul letto rialzandole la veste fino in vita.Diana chiuse gli occhi.
"Apri gli occhi",ordinò Gérard. "Pensi che voglia violentarti,vero?...lo desideri..e anche io...ma voglio anche di più..il possesso più completo inizia dalla mente...
Non ora...sarai tu a implorarmi,a chiedermi di penetrarti,di aprirti completamente,di riempirti col mio sperma... Sì,posso fare qualunque cosa sul tuo corpo..ma non subito..voglio che tu ci pensi, che tu pensi continuamente a ciò che ti farò quando tornerò la prossima volta...a come ti masturberò,a come ti frusterò tra le cosce,a come prenderò ogni piacere da te,dappertutto..."
Con le mani la frugò nelle parti intime."Sei bagnata,"disse con voce roca.
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Tre giorni dopo,un servitore accompagnava Diana nella stanza del conte Gérard ,e chiudeva la porta per svanire nell'oscuro corridoio.
Diana e Gérard erano soli.
Gérard taceva.
"Perchè mi avete fatto chiamare?" chiese a bassa voce Diana.
"Non per quello che pensate,signora",disse Gérard.
Il suo tono appariva indifferente."La guerra e la diplomazia hanno ben strane regole. Vedete,il vescovo-conte Arnaud e suo cugino hanno trovato un accordo...e così anche i de Brienne e i Valmont non hanno più motivo di combattersi...Sarete ricondotta stasera stessa al castello di vostro marito".
Le girò le spalle,guardando il fuoco nel camino.
Diana non disse nulla.
Si avvicinò,piano.Si tolse la cintura dalla veste.
Si inginocchiò davanti a Gérard porgendogli la cintura."Legami,"gli disse.
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